SIMONE DEMARTIS

Marco e Amir

È un mondo crudele, una vita d’inferno. Amir e Marco sarebbero state le prossime esistenze stroncate dal male di uomini capre che fuggono dalla ragione e dalla logica; non fuggono dalla paura di qualcuno diverso da loro, ma dalla paura che qualcuno di diverso da ciò che è stato loro inculcato con ignoranza e violenza possa loro piacere.



Eravamo distesi sulla sabbia leggermente fredda, subito dopo il tramonto, quando la luce diventa blu e viola, l’aria intorno diventa umida, e la nostra pelle appiccicosa.
Amir stava a pancia in su, a fissare le nuvole con le mani dietro la testa, la pelle ancora salata dall’acqua del mare. Il suo petto nudo e scuro sembrava di marmo, eppure ero io ad essere pietrificato, piegato sulle mie stesse ginocchia dentro il mio maglione estivo. Fissavo il mare, le nuvole di tempesta che si allontanavano all’orizzonte, ma in questa visione non vedevo alcun buon auspicio. Sentivo un peso sulle spalle, tutto il male che ci stava capitando, a noi, a me, ad Amir, a tutti quelli come noi, il rumore delle onde era ormai diventato uno fievole sottofondo alle grida di dolore e disperazione che trascinavano a riva, sentivo nei polmoni la stessa acqua salata delle migliaia di persone che continuavano ad annegare a largo, i miei occhi vedevano tutto, come un ricordo sbiadito che all’improvviso ritorna alla mente, vedevo famiglie dividersi per non rivedersi più e perdersi, esistenze distrutte, spezzate per sempre. Sentivo il dolore dei lividi per i calci sulla pelle di qualcuno mai incontrato, sentivo i graffi, il sapore metallico del sangue, e il mio cuore sovraccarico più che mai di tristezza, rabbia, di ingiustizia, paura e follia.
“Oh…”
Ruppe così il silenzio.
Mi girai all’improvviso, abbozzai un sorriso forzato.
“Mh!?” Risposi.
Si alzò col busto, mi afferrò per le braccia e mi portò giù vicino a lui. Mi mise un braccio intorno alle spalle, io appoggiai la guancia sul suo petto e un braccio intorno alla sua pancia.
“Prima o poi cambierà tutto, vedrai che andrà meglio.”
Lo disse come se avesse sentito con le sue orecchie il caos che era esploso ormai da giorni nella mia testa, mentre provavamo a vivere una vita normale. Voleva semplicemente rassicurarmi e amarmi liberamente, ma eravamo due gocce in un oceano di dolore, soli, contro tutti o per meglio dire con tutti contro.
Io non dissi niente, non risposi, rimasi semplicemente su di lui a contemplare il vuoto.
In cuor mio sapevo già che quello sarebbe stato uno degli ultimi momenti che avremmo passato insieme; non avrei più toccato la sua pelle, non ci saremmo più baciati, né guardati negli occhi pieni di parole durante lunghe serate di fine estate quando Settembre alle porte si fa strada verso l’autunno con fievoli piogge e petricore. Non sarei più rimasto alle sue spalle in riva, a fissare la sabbia bagnata che spostavo coi piedi, in attesa che emergesse di nuovo dall’acqua solo con la testa per rimanere vicino a me e parlare del più e del meno.
Poche settimane dopo mi ritrovai in casa da solo.
“Vado a dirlo ai miei genitori, dobbiamo andarcene da qui. Torno il prima possibile.”
Furono le ultime parole che sentii uscire dalla sua bocca.
Nel disperato silenzio della casa mi ritrovai di nuovo con lo sguardo perso nel vuoto, come se sapessi da principio che da lì in poi avrei vissuto un lutto senza fine.
Nel frattempo Amir al contrario, si trovava in mezzo al delirio di un’altra abitazione, percosso dal padre fino a sanguinare e perdere i sensi, lasciato morire dalla propria famiglia di fronte la porta d’ingresso della casa in cui lui stesso era cresciuto. Avvolto da stracci, il suo abito di lino ridotto in brandelli. Immerso completamente in un bagno di sangue, oasi d’inferno in mezzo a quell’arida strada sterrata.
Mi avvisò sua sorella minore, mentre versava di nascosto dagli altri membri della famiglia lacrime disperate per suo fratello, la persona con cui condivise il sangue, ma più di tutto la sua intera esistenza. Mi disse di scappare, ed io senza esitare lo feci, codardo. Non vidi mai nemmeno il suo corpo, non andai a recuperarlo, nessuno lo fece eccetto sua sorella, che lo trascinò da sola nel cuore della notte e lo seppellì in gran segreto nei pressi di un fiume così che nessun altro potesse in qualche modo rintracciarlo ed umiliarlo persino sotto terra.
Scappai in Inghilterra.
Dopo qualche mese dal mio arrivo trovai una sistemazione fissa a Londra, in una piccolissima mansarda sopra l’appartamento di un’anziana signora che mi dava vitto e alloggio per curare il suo giardino. Ogni settimana, quando veniva il momento di recidere i fiori che si stavano appassendo, ne tenevo da parte uno, andavo sulla sponda del Tamigi più vicina, mi sedevo a fissare per un po’ l’acqua mossa dalla corrente e sentirne quel fioco rumore misto al traffico caotico della città intorno… mi aggrappavo a quel suono per ricordarmi il rumore del mare che ascoltavo con lui sulla riva e il suo viso rivolto verso di me illuminato dagli ultimi raggi di sole. A quel punto, come risvegliandomi un improvviso sonno, mi alzavo, mi avvicinavo più possibile all’argine del fiume, allungavo la mano e lentamente lasciavo cadere il fiore. Mi piaceva immaginare che qualsiasi direzione esso prendesse, finisse inevitabilmente sulla riva più vicina al luogo in cui in una fossa giaceva dimenticato dai più, insieme a tutta la sua vita, i suoi sogni, e il suo amore per un altro uomo.




a tutta la comunità LGBTQI+,
nella speranza che un giorno potremo tutti esistere
e amare liberamente in ogni parte del mondo.
Non siete soli.




//

Marco and Amir
(ENG TRANSLATION)

It’s a cruel world, a living hell. Amir and Marco would have been the next existences cut short by the evil of human goats running away from reason and logic; they don’t run away from the fear of someone other than them, but from the fear that someone other than what has been inculcated in them with ignorance and violence can please them.



We were lying on the slightly cold sand, just after sunset, when the light turns blue and purple, the air around it becomes wet, and our skin sticky.
Amir was on his back, staring at the clouds with his hands behind his head, his skin still salty from the sea water. His bare and dark chest looked like marble, yet it was me who was petrified, bent on my own knees in my summer sweater. I was staring at the sea, the storm clouds moving away on the horizon, but I saw no good omen in that view. I felt a weight on my shoulders, all the bad things happening to us, to me, to Amir, to all of those like us, the sound of the waves had by now become a faint background to the cries of pain and despair that dragged to shore, I felt in the lungs the same salty water of the thousands of people who continue to drown in the sea, my eyes saw everything, like a faded memory that suddenly comes back to mind, I saw shattered families and lost, destroyed lives, forever broken. I felt the pain of the bruises on the skin of someone I never met, I felt the scratches, the metallic taste of blood, and my heart overworked more than ever with sadness, anger, injustice, fear and madness.
“Hey…”
He broke the silence.
Suddenly I turn around giving him a forced smile.
"Mh !?" I replied.
He stood up with his chest, grabbed me by the arms and brought me down next to him. He put his arm around my shoulders, I leaned my cheek against his chest and an arm around his belly.
"One day everything will change, you'll see that, it will get better."
He told as if he heard with his ears the chaos exploded in my head for days, while we were trying to live a normal life. He simply wanted to reassure me and love me freely, but we were two drops in an ocean of pain, alone, against everyone or rather with everyone against us.
I said nothing, I didn't answer, I simply stood over him to contemplate the emptiness.
In my heart I already knew that this would be one of the last moments we would spend together; I would no longer touch his skin, we would not have kissed, or looked into his eyes full of words during long evenings at summer ending when September makes its way towards autumn with faint rain and petrichor. I would no longer stand behind him on the sea side, staring at the wet sand moving it with my feet, waiting for him to emerge from the water only with his head to stay close to me just to talk.
A few weeks later I found myself alone at home.
"I'm going to tell everything to my parents, we need to get out of here. I'll be back as soon as possible."
It was the last words I heard coming out of his mouth.
In the desperate silence of the house I found myself again with my gaze lost in the void, as if I knew that from then on I would experience an endless mourning.
Meanwhile Amir, on the contrary, was in the middle of another house chaos, beaten by his father till bleeding and losing consciousness, he was left to die by his family in front of their own house where he grown up. Wrapped in rags, his linen suit reduced to shreds. He was in a bloodbath, an oasis of hell in the middle of that arid dirt road.
His younger sister told me everything, while secretly crying desperate tears from his other family members about his brother, the person whom shared her own blood, but most of all her entire life. She told me to run away, and without hesitation I did it, coward. I never even saw his body, I didn't go to retrieve it, nobody did it except his sister, who dragged him alone in the middle of the night and buried him in secretly near a river so that no one else could track him down and humiliate him even underground.
I ran away to England.
After a few months from my arrival I found a place to stay in London, a very small attic above the apartment of an elderly lady who gave me food and lodging to take care of her garden. Every week, when it was time to cut the flowers that were fading, I kept one aside, went to the nearest Thames’ riverside, sat down to stare for a while at the water moved by the current and heard that light noise mixed to the chaotic traffic of the city around… I clung to that sound to remind myself the sound of the sea I listened to with him on the seaside and his face turned towards me kissed by the last rays of sun. At that point, as if waking up from a sudden sleep, I got up, approached the river bank as much as possible, reached out and slowly dropped the flower. I liked to imagine that whatever direction it took, it would inevitably end up on the closest shore to the place where he lay forgotten by most, along with his life, his dreams, and his love for another man.



to all the LGBTQI+ Community,
hoping that one day we could all exist
and freely love in every part of the world.
You are not alone.



search

pages

Share
Link
https://www.simonedemartis.it/diary-d
CLOSE
loading